ICI ALLA CHIESA, c’è il trucco anche stavolta!



Una delle principali notizie di ieri, 16 febbraio, insieme all’ennesimo declassamento dell’Italia (e di mezza Europa), questa volta da parte di Moody’s, e alla Corte dei Conti che lancia (chi l’avrebbe mai detto) l’allarme corruzione nel nostro integerrimo paese, è stata la decisione di Monti di far pagare l’Ici alla Chiesa sugli esercizi commerciali o parzialmente tali. In sostanza, non basterà più costruire una cappella in un hotel da trecento stanze per non pagare le tasse.

Plauso generale dall’opinione pubblica e da tutto il fronte politico. Bersani, che da qualche tempo ha messo l’Ici alla Chiesa tra le sue priorità, dimenticandosi di aver sostenuto l’esenzione nel secondo governo Prodi, si dice d’accordo. Persino l’opposizione di Pdl (Alfano: «Nessun pregiudizio se non è punitiva») e Udc (Casini: «Linea Monti ineccepibile»), da sempre pappa e ciccia con il Vaticano per l’importante serbatoio di voti che rappresenta, è stata sì e no una puntura di spillo. Come mai, si chiederà qualcuno?

Semplice: quello che pochi hanno detto è che la mossa di Monti non sia stata dettata dalla pura e giusta volontà di colpire il patrimonio del Vaticano, in questo momento di crisi e dopo aver tartassato gli italiani sulle pensioni, bensì dall’urgenza. L’Italia, infatti, dal settembre del 2010 è al centro di una procedura d’infrazione da parte dell’Unione Europea per “violazione della concorrenza e illegittimo aiuto di stato”. La sentenza era prevista per maggio 2012 e, di fronte a una (molto probabile) condanna, la Chiesa sarebbe stata costretta a pagare le tasse arretrate dal 2005 ad oggi. Ma, con questo colpo di spugna (demagogico per di più), molto probabilmente la procedura di infrazione sarà prima congelata e poi cancellata, così lo Stato del Vaticano inizierà a pagare solo dall’anno prossimo, risparmiando circa 4 miliardi di euro (secondo stime per difetto). Insomma, Monti fa pagare al Vaticano 10 per fargli risparmiare 1000. Leggi il resto dell’articolo

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