Nell’ospedale di Jesi, nelle Marche, ci sono dieci ginecologi. Vi chiederete allora, perché nessuna donna di Jesi può abortire, neanche nei termini previsti dalla legge? È molto semplice: tutti e e dieci sono obiettori di coscienza.
Per chi non lo sapesse, un medico è (erroneamente) definito obiettore di coscienza se viene meno al suo giuramento di Ippocrate e si rifiuta di eseguire alcune pratiche – fondamentalmente l’aborto e poche altre – per rispetto delle sue convinzioni religiose (morali o etiche). Dico “erroneamente”, perché in Italia – giusto o meno, sta a voi giudicarlo – non esiste alcuna legge che obblighi un medico ad assistere una donna che decida di abortire, quindi in realtà non si configura alcuna obiezione di coscienza.
E fin qui, si potrebbe essere anche d’accordo (io non lo sono!), ma tutt’altra storia è quando in un ospedale intero non ci sia neanche un ginecologo disposto a praticare l’interruzione di gravidanza, prevista dalla legge 194/78 – approvata ben 34 anni fa. In un caso del genere, mi sembra evidente che i diritti negati non siano quelli del medico cattolico (che si rifiuta di fare quello per cui è pagato), ma quelli della paziente. Senza considerare le torture degli psicologi pro-life, che queste ragazze sono costrette a subire prima di poter accedere al trattamento.
Non è il primo in Italia, si era già configurato un caso simile a Fano in provincia di Pesaro. E, secondo l’ultima relazione del Ministero della Salute, gli obiettori in Italia costituiscono il 62% dei medici, il 50% degli anestesisti e il 43% del personale non medico. Sono numeri impressionanti per un paese che si definisce occidentale e civilizzato, che rischiano di mettere seriamente in pericolo diritti, che dovrebbero essere acquisiti da decenni, e la stessa salute delle donne che richiedono l’Igv – Interruzione di Gravidanza Volontaria.










Senza contare gli “obiettori” che lo sono in ospedale ma poi praticano aborti altrove.
Appunto……