Hu Jintao, durante un incontro con i leader africani giovedì 19 luglio, ha promesso loro unprestito di 20 miliardi di dollari per le infrastrutture e l’agricoltura nei prossimi tre anni. La somma delineata dal presidente cinese è raddoppiata rispetto a quella offerta nella medesima conferenza del 2009, fatto che segnala come la Cina stia proseguendo nella sua politica di “aiuti senza condizioni” ai Paesi del Continente nero, con lo scopo di legare a doppio filo le economie degli stessi, assicurandosi contemporaneamente un’ingente parte delle risorse alimentari dell’intero pianeta.
L’ELDORADO AFRICANO – Se è vero che è stata spesso criticata perché ai sopracitati aiuti non è seguito alcun controllo su come i soldi venissero effettivamente spesi – basti pensare ai dollari finiti nelle tasche del dittatore sudanese Omar Hassan al-Bashir, responsabile del genocidio del Darfur – è altrettanto innegabile che nella Repubblica Popolare Cinese viva circa il 21% della popolazione mondiale, mentre i suoi terreni coltivabili costituiscono solo il 9% di quelli disponibili sulla Terra. Se aggiungiamo a questo 1 miliardo e 400 milioni di cittadini e una densità di popolazione tra le più elevate al mondo, circa 137 abitanti per chilometro quadrato, è evidente come una delle necessità più pressanti per la Cina sia quella di garantirsi terreni coltivabili, per produrre generi di prima necessità e, rincorrendo l’obiettivo dell’autarchia alimentare, ridurre al massimo la dipendenza dalle importazioni, soggette alle fluttuazioni dei mercati. Il nuovo Far West, da questo punto di vista, si chiama Africa.
AIUTI IN CRESCITA – Nell’ultimo decennio gli aiuti cinesi al Continente Nero sono aumentati esponenzialmente, ma non certo in maniera disinteressata. Secondo un rapporto stilato da Coldiretti nel 2011, il giro d’affari è passato da 11 miliardi di dollari nel 2000 a quasi 90 nel 2009 e si stima chele linee di credito delle banche cinesi nei confronti di Angola, Guinea Equatoriale, Gabon, Nigeria, Repubblica del Congo ammontassero a circa 19 miliardi di dollari nel 2007. La Cina è, inoltre, uno dei primi importatori di petrolio dal Sudan e dall’Angola e di rame dalla Repubblica dello Zambia e dalla Repubblica Democratica del Congo; senza contare che, dal 2000 a oggi, è riuscita a insediare ben quattordici aziende di Stato tra Uganda, Tanzania, Zimbabwe e Zambia.
RISORSE E TERRENI AGRICOLI – Ma, come già sottolineato, non sono solo le risorse minerarie ed energetiche ad interessare il colosso asiatico. Sempre secondo Coldiretti, l’estensione di terreni acquistati per scopi agricoli corrisponderebbe a circa tre milioni di ettari, ossia una superficie pari al Lazio e all’Abruzzo messi insieme.
I RISCHI DEL LAND GRABBING – La pratica del land grabbing, ovvero l’accaparramento di terreni agricoli da parte di Stati stranieri, è stata condannata dalla stessa Fao, perché sottrae le risorse primarie dei Paesi interessati, che quasi sempre si trovano in condizioni di difficoltà economica, e perché molto spesso un aumento degli investimenti non corrisponde a una maggiore occupazione per le popolazioni autoctone, né a un miglioramento delle loro condizioni di vita.
«UNA NUOVA COLONIZZAZIONE» - L’anno scorso a Durban, il primo ministro dell’agricoltura sudafricano, Tina Joemat-Pettersson, ha duramente attaccato «i Paesi stranieri che acquistano terre agricole in Africa per assicurarsi il loro approvvigionamento di cibo. Essi sono colpevoli di una nuova forma di colonizzazione. Ha fatto poi l’esempio del Sudan, in cui «circa il 40% delle terre sono già state vendute a interessi stranieri. Portano la loro manodopera, portano il proprio materiale, le loro sementi, utilizzano il suolo del Paese ospite e dopo se ne vanno». La verità è che sono cambiate modalità e regole, ma il gioco è sempre lo stesso. E la Cina sta a giocando a Risiko con il futuro dell’Africa, per garantirsi risorse minerarie, sufficienti terreni coltivabili e una manodopera a basso costo e senza diritti, il tutto in nome dell’autarchia alimentare ed energetica.















