LOVE & SECRETS, Norman Bates is back


TRAMA: Ispirato a una storia vera, narra le vicende di Robert Durst (Ryan Gosling), rampollo di una facoltosa famiglia e imprenditore immobiliare, che viene accusato dell’omicidio della giovane moglie (Kirsten Dunst) e di altri due delitti. Mai condannato, risiede attualmente negli States, dove ha reciso ogni contatto con la famiglia e l’azienda del padre (nel film Frank Langella) per una somma pari a circa 60 milioni di euro.

PERCHÉ VEDERLO: Per vedere un docu-thriller ben girato e, soprattutto, per vedere in azione un grande Ryan Gosling e un’altrettanto ottima Kirsten Dunst. Parecchia tensione. Vietato ai minori di 14 anni.

GIUDIZIO CRITICO: A dispetto delle numerose recensioni negative che ho letto, ho trovato Love & Secrets un buon prodotto di genere. Certo non epocale, ma un film onesto, che si prefigge lo scopo di raccontare una vicenda realmente accaduta condendo il tutto con una forte suspence e la notevole tensione tipica di un thriller.

Molte delle critiche sono probabilmente motivate dal fatto che, prima di questo lungometraggio di finzione, Andrew Jarecki avesse girato un documentario scomodo e questo sì epocale contro la pedofilia negli Stati Uniti, ossia Una storia americana (2003), candidato ma non vincitore dell’Oscar 2004 come miglior documentario. E, come è noto, il peso del passato su alcuni registi pesa più che su altri.

C’è da dire che grande merito del buon risultato ottenuto da Jarecki è da attribuire a un cast (semi) stellare: Ryan Gosling è, a mio parere e non solo, uno dei migliori attori del suo decennio e rappresenta già di per sè una garanzia, nonostante il film sia stato girato nel 2009, quando l’attore londinese non aveva ancora ottenuto la piena consacrazione. La sua prova ricorda quella fornita in Half Nelson (2006, Fleck). Kirsten Dunst dà vita alla sua migliore interpretazione di sempre nei panni di una donna fragile, dipendente dall’amore verso il marito e dalla folle violenza che inevitabilmente ne deriva. Da non trascurare neanche il mitico Frank Langella, nel ruolo del padre-padrone burbero e castrante, ma che sente il peso di un senso di colpa forte quanto giustificato.

La credibilità degli eventi narrati è data dall’essenza stessa della vicenda, realmente accaduta a New York, da un impianto costruito sulla voce over dell’imputato, che tramite la testimonianza rilasciata in tribunale fornisce la sua versione dei fatti e, soprattutto nella prima parte, dalla costruzione di alcune sequenze come se fossero filmini di famiglia in stile mockumentary. Tutto ciò, unita all’ottima prova degli attori, contribuisce a creare una palpabile tensione per tutta la durata della pellicola.

La violenza non è mai mostrata, ma è frutto di sguardi, attese, silenzi e una follia sotterranea sempre pronta ad esplodere. Le scelte di Jarecki tuttavia non possono essere totalmente condivisibili, soprattutto nella seconda metà del film: il topos del travestitismo ricorda fin troppo da vicino il Norman Bates di Psycho (1960, Hitchcok) e pare una scelta forzata, non supportata da un’adeguata indagine psicologica. Il trauma di aver visto la madre suicidarsi da piccolo, infatti, è utilizzato per giustificare contemporaneamente il risentimento verso il padre, la follia del protagonista e il successivo travestitismo dello stesso: un po’ troppo.

I luoghi non sono mai aperti, lo sguardo non ha la libertà di viaggiare in profondità. Gli ambienti scelti sono sempre chiusi, claustrofobici: stanze buie, automobili, case circondate da boschi, ecc… L’obiettivo è evidentemente quello di suscitare nello spettatore una sensazione di claustrofobia e la naturale immedesimazione con il personaggio femminile, interpretato da Kirsten Dunst.

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