HUGO CABRET, quando il cinema si fa poesia


Capita a volte, non troppo spesso purtroppo, di uscire dalla sala e avere la sensazione di aver visto qualcosa di unico, un film che si iscrive di diritto nella storia del cinema, che contiene un frammento di eternità: è questo il caso di Hugo Cabret.

TRAMA: Parigi, anni ’30. Un orfano, affidato allo zio alcolista dopo la morte del padre, vive in una stazione ferroviaria, occupandosi di far funzionare gli orologi e rubacchiando qualcosa ogni tanto per sopravvivere. Ma la vera occupazione di Hugo (Asa Butterfield) è riparare un automa, lasciatogli in eredità dal defunto genitore, che serba in sè un segreto ben più grande di quanto il ragazzo possa immaginare. Entrato in contatto con il burbero giocattolaio della stazione, un certo Georges (Ben Kingsley), dal passato oscuro, si troverà a lavorare per lui e scoprirà che anch’egli è legato misteriosamente a suo padre e all’automa.

PERCHÉ VEDERLO: Per lasciarsi guidare in un sogno alla (ri)scoperta del cinema. Un inno, una dichiarazione d’amore incondizionato alla settima arte e un film che risponde alla fatidica domanda “che senso ha il cinema oggi?” con poesia ed eleganza. Particolarmente adatto ai cinefili accaniti e agli studiosi di cinema, meno accessibile per chi cerca risposte facili.

GIUDIZIO CRITICO: Mettiamo subito in chiaro una cosa: Hugo Cabret non è una favola né, tantomeno, un film per bambini. È vero, il plot appare fin troppo semplice (e prevedibile), ma l’intento di Scorsese non è quello di raccontare una storia, quanto piuttosto quello di trasmettere la sua esperienza, il suo concetto di cinema, la sua passione per quest’arte, fino a riportare lo spettatore all’ancestrale sguardo di un bambino, Hugo appunto, che osserva con meraviglia i suoi sogni proiettarsi nella realtà attraverso il magico strumento del cinema.

Prima annotazione tecnica: l’uso del 3D, come già era stato per Avatar di James Cameron (2009), è parte integrante della pellicola, non un semplice orpello stilistico. La stereoscopia, grazie anche alle scenografie di Dante Ferretti, è efficace e ben realizzata; dà una profondità di campo notevole ed è espressiva, nonostante ancora un po’ di fastidio nell’osservare gli oggetti non a fuoco.
Inoltre qui la scelta risulta particolarmente significativa, oltre che necessaria: è come se il regista volesse compiere una sorta di chiusura del cerchio della storia del cinema. Méliès, uno se non il più grande regista delle origini,  in 3D: Scorsese ci sta “semplicemente” dicendo che il cinema ha ancora senso oggi, è ancora vivo; ha cambiato pelle, ma è ancora forte come agli inizi della sua storia e la sua prerogativa è quella di stupire, di emozionare, di far sognare e vivere i sogni (Un giovane Georges Mèliés dirà: «Ti sei mai chiesto da dove arrivano i tuoi sogni? Vengono da qui» – indicando il proiettore).

Seconda annotazione tecnica: uno dei pochi difetti della pellicola, oltre alla già citata prevedibilità, è la mancanza di ritmo. Escludendo la scena dell’inseguimento finale, in cui si crea una suspance palpabile, gli eventi si trascinano un po’ stancamente, quasi che Scorsese non abbia fretta di raccontare la sua visione del cinema. Assumendo come presupposto che il discorso metacinematografico ha un rilievo che annichilisce la storia in sè, è un difetto che si può considerare veniale.

Ultima annotazione, questa volta linguistica, per tutti coloro che su blog e recensioni varie si sono scagliati contro il doppiaggio italiano e la pronuncia del nome Méliès: in francese, normalmente le parole che terminano con -ès hanno la “è aperta” e la “s muta” (non si pronuncia); fanno però eccezione i nomi propri in cui la -s finale si pronuncia, quindi la prova degli attori non è stata fortunatamente inficiata da nessun errore linguistico.

Toccante la recitazione di Asa Butterfield (già in Il bambino con il pigiama a righe di Herman, 2008) e solita splendida prova anche da parte di Ben Kingsley che, coadiuvato da un trucco particolarmente adatto, è spaventosamente uguale al Méliès originale. Buona anche la prova della figlioccia di Méliès, Isabelle (Chloe Moretz), una ragazzina passionalmente attratta dalla lettura dei classici, che sta aspettando di vivere la prima avventura della sua vita e che aiuterà Hugo a risolvere il mistero dell’automa. Curioso che in una delle prime battute dica di sentirsi come Jean Valjean, personaggio del romanzo I miserabili (1862), il cui autore è guarda caso Victor Hugo, come il nome del nostro dickensiano protagonista.

Inevitabilmente Hugo Cabret finisce per essere un film stracolmo di citazioni cinematografiche, essendo la sua anima un omaggio alla settima arte: oltre, ovviamente, ai film di Georges Méliès (il più inflazionato è Le voyage dans la lune), innumerevoli le locandine mostrate di sfuggita o su cui la macchina da presa si sofferma, come quelle delle slaptisck comedy di Mack Sennett e Hal Roach, e numerosi anche gli spezzoni di film mostrati per intero: una su tutte, la sequenza in cui i due ragazzi vedono al cinema una lunga scena di Preferisco l’ascensore, con Harold Lloyd appeso al cornicione di un palazzo (stessa situazione in cui si troverà Hugo, a sottolineare ancora una volta il continuo comprenetrarsi di sogno e realtà, di immaginazione e cinema). Senza contare i reiterati rimandi al desiderio voyeuristico, che è alla base del senso cinematografico: il protagonista spia dalle serrature o guarda da dietro l’orologio la vita della stazione ferroviaria (scontata metafora della vita stessa) nel suo svolgersi, proprio come lo spettatore sta davanti allo schermo a osservare Hugo Cabret e le sue vicissitudini.

Sono moltissime le riflessioni che Scorsese affronta, più o meno direttamente. La più significativa è senza dubbio quella sulla ricerca del senso del cinema e, più in generale, della vita che pervade l’intera pellicola. Hugo dirà, riferendosi all’automa, «Sta aspettando di fare quello che deve fare» o ancora «Ogni cosa ha uno scopo, per questo i meccanismi rotti mi rendono triste». In questa prospettiva, la ricerca della chiave a forma di cuore che permetterà all’automa di funzionare, è metaforicamente l’espressione di quel binomio inscindibile che Scorsese vede alla base del cinema, ossia il mezzo meccanico, pulito e perfettamente oliato, azionato dalla passione, dal cuore, con il fine di dare vita a un’illusione magica che possa “aggiustare” la vita, tanto quanto la guerra la distrugge.

Non è un caso infatti che tutta la trama sia pervasa dalla necessità di aggiustare qualcosa. Georges ripara i suoi giocattoli e li fa riparare al ragazzo; quest’ultimo, al contempo, deve aggiustare l’automa per venire a capo del mistero irrisolto ereditato dal padre, il che lo porterà ad “aggiustare” la propria vita, quella di Méliès e quella del capo stazione (a cui, tra l’altro, aggiusterà anche la gamba menomata). Tutto il film ruota attorno al tema della riparazione, delle macchine, delle persone, delle vite e la parola che Scorsese sembra pronunciare in risposta a questa primigenia necessità di senso è sempre la stessa: cinema.

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Commenti

  1. Viviana dice:

    Uno dei tuoi migliori articoli sul cinema, in cui traspare palpabile l’amore per settima arte e la competenza dell’intenditore appassionato.

  2. cavallogolooso dice:

    La tua erudizione me la metto via per riciclarmela, così da cercare di cogliere le citazioni (ma siamo sicuri che Scorsese, così come ogni altro artista che si esprima su più piani semantici non si accontenti che quello più superficiale fili liscio e sia da intendersi come “l’opera” stessa? lasciando gli altri piani come divertissement per i cinefili) in un secondo momento. Hugo non l’ho visto, ma Avatar si e posso dire che non essendoci alcuna motivazione in questo articolo che giustifichi l’inscindibilità del 3D dall’opera, mi posso esimere anche io dal dare motivazioni e dichiarare semplicemente che dissento completamente: dopo aver avuto il mal di stomaco e un aumento di temperatura per i primi 20 minuti di avatar, aver cambiato posto e provato comunque fastidioso il tutto e in certi casi persino errato (la scena nell’astronave in stile classico “soldati in elicottero che stanno per essere paracadutati”) … l’ho rivisto in 2D e l’ho trovato godibilissimo e non si sentiva la mancanza del 3D, né ho notato le forzature classiche del “vedi che abbiamo il 3D, guarda qua come ti avvicino questo oggetto” … quindi completamente scindibile.
    Per il resto non vedo l’ora di godermi questo Hugo e ringrazio per la tua utile recensione.

    • Che Scorsese si accontenti del piano più superficiale? Spero proprio di no, altrimenti non avrebbe avuto senso girare un film come Hugo Cabret, che è in primis un omaggio alla storia del cinema.
      Sul 3D sinceramente non ho colto bene il senso del tuo commento. Ho scritto un articolo per cui, personalmente, non apprezzo la stereoscopia. Te lo linko qui così puoi leggerlo facilmente: http://solosapere.com/2012/04/26/stereoscopia-nolan-dice-no-al-3d-io-anche-ecco-perche/
      Comunque ho visto Avatar sia in 3D che in 2D e credo che, senza la stereoscopia, perda senso l’intera operazione di Cameron. Senza il 3D, Avatar è davvero un blockbuster americano fra tanti, pieno di cliché e di situazioni viste e straviste.
      A parte Avatar e Hugo Cabret (unici film girati interamente con la tecnica stereoscopica), su tutti gli altri io abolirei d’ufficio il 3D.

      • cavallogolooso dice:

        Opinioni eh :)
        Sul 3D mi esprimevo non “in generale” ma su quello di Avatar. E ripeto: dissento :) Era un blockbuster senza 3D? Lo rimane con. Non lo era? Continua a non esserlo. Un po’ come una canzone strimpellata con la chitarra acustica: se funziona bene così, funziona. Poi puoi avere l’arrangiamento che la rende definitiva, ma la sua anima ha valore già lì.
        Sul fatto che artisti capaci di esprimersi in polisemia, o comunque su più piani di interpretazione, disdegnino la loro fruizione principale come quella più diretta, non “spererei di no”, personalmente. Specie in un’arte come questa e specialmente in una declinata in questa maniera, con questo tipo di linguaggio: se non sei per la corrente del suprematismo, tutta la prima parte (la bella donna, non la sua intelligenza) non puoi prescindere dal primo significato e lasciare che possa essere, per alcuni, anche l’unico, penso.
        Se hai scritto una buona storia e l’hai scritta bene, anche se ci sono mille rimandi, citazioni, riflessioni più ampie, metafore, ammiccamenti … come artista, a meno che, ripeto, tu non sia volutamente suprematista, apprezzerai la fruizione della tua opera anche al livello più elementare, quello di farti raccontare una buona storia e che, possibilmente, ti faccia pensare a qualcosa della tua vita. Se il resto arriva e viene colto, ben venga.

      • Facendo un discorso generale, non credo che la forma sia scindibile (totalmente) dalla sostanza, quasi mai. Tornando ad Avatar, se l’avessi girato io con una telecamera a mano, ne sarebbe uscito un film pessimo; senza il 3D, è un mediocre blockbuster americano; con il 3D, rimane un film mediocre nei contenuti, ma che assume rilevanza per la componente formale, stereoscopica. Quindi un film che rimarrà nella storia del cinema come il primo film girato interamente in 3D, niente di più niente di meno. Discorso diverso per Hugo Cabret, che io ritengo splendido indipendentemente dal 3D, ma ne riparleremo quando l’avrai visto. Per tutti gli altri film (finora), il 3D è stato solo un orpello da prestigiatori per attirare gente in sala; non ha avuto nulla a che vedere con la forma o l’intenzione di uno stile che volesse comunicare qualcosa di diverso.
        Cosa intendi con “fruizione principale”? Io credo che l’arte abbia una componente istintuale o basica, quindi un primo impatto, in cui la maggior parte del pubblico riconosce i segni della comunicazione e si emoziona o meno per quelli che sente propri; e un’altra componente, che definirei più profonda e meta-artistica, o meta-cinematografica nel caso di Hugo Cabret, che la maggior parte del pubblico purtroppo non riconosce e che richiede nozioni oltre che prime impressioni. Un regista che badi unicamente alla prima componente, nella maggior parte dei casi, non riesce a lasciare una traccia duratura nella storia della sua arte, perlomeno questo mi suggerisce la mia esperienza.

      • cavallogolooso dice:

        sul 3d di Avatar: a parte il giudizio di merito (non lo condivido ma avremo sicuramente una soglia di tollerabilità differente per gli action movies) e anche sul fatto che resterà noto – erroneamente – come “il primo film in 3d” … ma a me non interessa. Quando entro in sala mi importa poco cosa ne peneseranno i posteri.
        Su Cabret: non dico nulla, non l’ho visto: come ti dicevo, penso che terrò come riferimento il tuo articolo per arrivare, eventualmente un giorno, a comprendere tutti gli ammiccamenti e la parte che definisci “meta-artistica”.
        E comprendo il tuo scoramento nel non-riconoscimento di ciò che vada oltre le prime impressioni (stavo scrivendo di questo pochi econdi fa, vedi la coincidenza, su argomenti generali, su tutto, non solo sull’arte). Penso solo che il regista che sputi sul pubblico che riconosce solo quella che io chiamo “fruizione principale” e che tu hai perfettamente inquadrato come quella “meno profonda” (fino ad un certo punto, secondo me, ma sono sostanzialmente d’accordo) , non esista, a meno che non tratti il cinema SOLO come arte e non come comunicazione e racconto di una storia.

      • Non resterà noto “erroneamente” come il primo film in 3D..Avatar è stato il primo film girato INTERAMENTE in 3D.
        Io considero il film anche dal punto di vista artistico, oltre di fruizione immediata e non è questione di pensare a come lo giudicheranno i posteri. Il giudizio critico, se hai visto un certo numero di film e hai letto un certo numero di libri sull’argomento, è naturale. Non puoi decidere di entrare in sala e “goderti” due ore di cinepanettone, perchè semplicemente non ce la fai. La testa non si stacca a piacimento. Sul fatto che un film debba raccontare storie (anche emozioni direi) sono d’accordo, ma non è l’unica sua prerogativa! Sarebbe riduttivo considerarlo solo dal quel punto di vista. Il pubblico che riconosce solo quella che tu chiami fruizione principale è perchè manca di esperienza o informazioni, che acquisirà anche banalmente frequentando più spesso un cinema. Se invece parli di uno che vede un film all’anno e che non apprezza, a meno che non ci sia una trama lineare o dei personaggi divisi in modo manicheo tra buoni e cattivi, allora personalmente ritengo che un mini-sputo potrebbe anche meritarselo. Purtroppo gli standard si sono abbassati paurosamente, perchè il livello qualitativo della richiesta è calato in maniera esponenziale e, come in tutti i campi, a farla da padrone è il dio denaro. Quindi se il pubblico paga per vedere tette e culi, il cinema propone tette e culi. Secondo me il pubblico, stesso discorso che faccio per l’informazione, andrebbe “educato” all’arte, alla sua comprensione e quindi anche a quella di un bel film.

      • cavallogolooso dice:

        non sono in disaccordo con te sul discorso generale.
        sul “non puoi” però ti chiedo… “non puoi?”.

  3. Se intendi staccare il cervello e goderti un cinepanettone, confermo: NON PUOI! Io personalmente vieterei di farli (perchè sono un insulto per qualunque altro film prodotto in passato nei capannoni di Cinecittà) anche se, come ho già detto, il problema non è chi li fa ma che la gente va a vederli e paga il biglietto, invece magari di finanziare un film indipendente o un regista emergente che meriterebbe di sbocciare. E’ la tragicità italiana.

  4. Gran bella recensione, condivido soprattutto il tuo giudizio sul ritmo. Le scenografie sono incantevoli, anche in 2D. Devo dire però che ho trovato il film piuttosto stucchevole e fin troppo saturo di buoni sentimenti. Di solito evito i film dove i protagonisti sono bambini proprio per questo, ma amo Scorsese e ho voluto tentare: ebbene, mi ha annoiato e anche leggermente irritato. A questo aggiungo il fatto che, essendo ossessionata con il cinema muto ed avendo lavorato in archivi cinematografici, i film più ovvi per chi si accinge a studiare la storia del cinema, come quelli di Méliès o Chaplin, non dico che mi siano venuti a noia, ma sono abituata a darli per scontati. E invece devo continuamente ripetere a me stessa quanto questi film siano tutt’altro che ovvi per lo spettatore tipo. Apprezzo quindi l’intento divulgativo di Hugo – l’intento di trasmettere l’amore sconfinato di Scorsese per il cinema del passato (grazie alla sua World Cinema Foundation decine di film da tutto il mondo sono stati salvati dal decadimento e dall’oblio!)
    Mi auguro con tutto il cuore che una percentuale di coloro che hanno visto Hugo siano stati colpiti dalla bellezza del cinema muto e che si avventurino oltre – c’è tanto di più!
    Se posso aggiungere una nota pedante: i bambini non vanno al cinema a vedere Il Ladro di Bagdad o Lo Sceicco con Rodolfo Valentino? Non siamo quindi negli anni ’20?

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  1. [...] stereoscopiche sin dalla loro progettazione (dal 2000 a oggi, ci sono stati solamente Avatar e Hugo Cabret). In questi ultimi casi, indipendemente dal risultato finale (che personalmente ho apprezzato), [...]

  2. [...] 1) HUGO CABRET → Leggi la mia recensione (clicca QUI) [...]

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