Continuando sulla strada delle commedie da non perdere per nessun motivo, un’altra chicca cinematografica da non lasciarsi scappare è il pluripremiato Tootsie (1 premio Oscar e 3 Golden Globe), con Dustin Hoffman, Bill Murray e Jessica Lange.
TRAMA: Michael Dorsey (Dustin Hoffman), attore di qualità, disoccupato da due anni, condivide un piccolo appartamento a New York con uno scrittore (Bill Murray) altrettanto disoccupato, insieme a cui, per guadagnarsi da vivere, lavora come cameriere in una tavola calda. Messo di fronte alla triste evidenza dal suo agente (Sidney Pollack) di non poter più lavorare, a causa del suo pessimo carattere, nè a New York nè a Hollywood, decide di diventare Dorothy Michaels. Al suo primo casting verrà assunta e incontrerà Julie Nichols (Jessica Lange), dando il via a una serie di eventi che trascineranno Dorothy e Michael in situazioni sempre più complicate e al successo sul piccolo schermo.
PERCHÈ VEDERLO: Per ridere, seguendo una delle più gustose commedie hollywodiane degli anni ’80, e per sorridere dei molti spunti e sottotracce sociali che Pollack tratta con leggerezza ed ironia. Brillante, sferzante in alcune occasioni, prevedibile in altre, è adatto a tutti e a qualunque occasione.
GIUDIZIO CRITICO: La commedia messa in scena da Sidney Pollack, che ci regalerà un cameo (in stile Hitchcock) con la sua presenza nei panni dell’agente di Michael Dorsey, nonostante sfrutti un tema ampiamente abusato nelle commedie anni ’50, come quello del trasformismo, non risulta mai noiosa nè banale e raggiunge livelli assimilabili a un altro illustre classico del genere, ossia A qualcuno piace caldo (1959, Billy Wilder).
È un film intelligente e sentimentale che, senza mai sguazzare nel moralismo intransigente, ci presenta fedelmente una realtà lavorativa difficile, come quella di New York, con gli occhi di un Dustin Hoffman (Golden Globe come miglior attore protagonista) particolarmente ispirato e alleniano.
Accanto al tema della disoccupazione nel mondo dello spettacolo (sintetizzato magistralmente nella frase: «Io non credo in Dio, credo nella disoccupazione!»), si sviluppano numerose sottotracce di carattere sociale, dall’affermarsi delle istanze femministe sulla parità dei sessi a una, neanche tanto velata, critica al maschilista mondo della televisione, alle sue regole, alla sua falsità e ai gretti personaggi che lo popolano, fino ad arrivare al tema delle madri single.
Emblematica è una delle prime sequenze, in cui vediamo Michael cimentarsi in numerosi provini, che daranno tutti un esito fallimentare: quando il protagonista viene scartato, l’inquadratura è in soggettiva (per aumentare il processo di immedesimazione) e quello che vediamo non è mai una persona fisica, quanto piuttosto un teatro buio, con delle luci che puntano dritte verso di noi, pronte ad esaminarci. A rifiutare Michael non è un regista, ma tutto l’ambiente dello spettacolo o, peggio ancora, il mondo intero.
Il rifiuto è connaturato all’essenza del protagonista, che non ha vita sociale (alla sua festa di compleanno ci sono quaranta sconosciuti) e che ringrazia una delle invitate per il solo fatto di esserle piaciuto durante una conversazione di pochi secondi.
Questo film è una riflessione sull’essenza profonda dell’artista, che non deve cercare la notorietà nè deve essere popolare, ma ha la necessità semplice, quanto rara, di confrontarsi con altre persone “vive”. Bill Murray dirà: «Io non voglio degli esauriti al teatro Winter Garden; io voglio novanta persone che hanno sfidato il più grande nubifragio della storia della città. Quelle sono persone che sono vive sul pianeta… Io vorrei un teatro che facesse porta solo quando piove».
Insomma, dietro alle pieghe di questa brillante commedia, si nascondono tantissimi spunti di riflessione attuali. Uno su tutti, il tema dell’incomunicabilità tra uomo e donna, e non solo. Michael non riesce ad avere un rapporto autentico con le donne: non è mai stato sposato, la sua relazione con Sandy non lo soddisfa e dal regista, che tratta male la “sua” Julie, risente le medesime frasi che usava lui per giustificare le sue menzogne («Io non le ho mai promesso di essere fedele… Le mento per non farla soffrire»). L’unico momento in cui riesce ad innamorarsi davvero, a entrare in contatto con l’altro sesso è quando indossa i tacchi e la gonna di Dorothy Michaels, come a significare che l’unico modo per raggiungere la completezza sia cambiare il proprio punto di vista, mettersi nei panni dell’Altro, in questo caso una donna.
In conclusione, una commedia che lascia soddisfatti anche dopo innumerevoli visioni; uno di quei grandi film-matrioska che scoprono un po’ di sè a ogni rivisitazione. Considerando, inoltre, l’attuale condizione della maggior parte della televisione italiana gretta e maschilista (ma soprattutto gretta!) e del cinema in 3D del nuovo millennio, Tootsie è un film che, oltre a far riflettere, provoca una certa nostalgia per uno stile, un’eleganza, un umorismo che una volta era predominante e oggi è solo un vago ricordo.










Un film che merita di essere visto anche dalle nuove generazioni!
Verissimo!!
Tootsie è davvero una chicca del tempo che fu quando la commedia ancora esisteva e risentiva dell’influenza di gente come Neil Simon o altri.
Uno dei miei films preferiti meritava davvero un post!
E poi come dimenticare la scena Pollack-Hoffman alla Russian Tea Room…
Parafrasando Murray…dì la verità, a te piace indossare quelle cosine…